Ultima modifica: 15 Dicembre 2017
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Il secondo laboratorio di memoria storica nella classe VD della primaria G. Piaggia

Ha ancora senso nel nostro mondo ipertecnologico parlare di Antico e di memoria storica? O non è meglio concentrarci su ciò che servirà nel futuro, imparando fin dalla tenera età che ciò che è passato non serve più, è… come si dice oggi? Out, si dice così. La risposta, è scontata: certo che ha senso.

Avere tra le mani foto antiche come quelle che ha portato in classe il 14 dicembre la signora Rosalia Cento, una bella 89 enne elegante e garbata, nel corso del secondo laboratorio di memoria storica, effettuato nella classe V D della primaria Piaggia, ascoltare i suoi racconti , le risposte fornite alle numerose domande poste dagli alunni, rivivere con lei i bei momenti dei suoi giochi di infanzia, del giorno della sua prima comunione, del legame col padre, dei suoi cibi preferiti, dei brutti ricordi di guerra, significa in un certo modo dare respiro a quel mondo che anche a noi adulti pare così lontano e che i bambini non conoscono e neppure immaginano.

Ma quel mondo non è più in là di un paio di generazioni! Ed allora il laboratorio di memoria, serve a capire che c’è stata un’epoca in cui le cose avevano un valore diverso, in cui quando il padre della signora Cento in Barbera, imbarcato sulle navi da guerra, tornava da uno dei suoi tanti viaggi e portava un dono , la casa si riempiva di gioia.

Come quella volta che dalla Cina portò a Rosalia e sua sorella una bambola di porcellana ed alla loro madre uno splendido Kimono.

Certo, se confrontata con quella odierna, l’esistenza di allora ci appare difficilissima. Sentire dai racconti della signora che era normale mettersi in fila per comprare il pane di cui era tanto golosa, con la tessera e non solo questo ma anche la pasta, l’olio ed il sapone , sembra paradossale.

Ma anche fare le esercitazioni per l’oscuramento, spegnere le luci di sera, schermare le finestre di blu e mettere le fasce per evitare che scoppiassero i vetri a causa dei bombardamenti, sembra paradossale.

Ma a quei bambini attenti in classe è parso quasi di sentire la sirena di guerra che suonava in ogni condominio ed avvertiva di correre ai ripari.

Noi deriviamo da quel mondo che la signora ha raccontato, non dobbiamo dimenticarlo. Studiamo la guerra sui libri di storia, ma lei l’ha vissuta così come ha vissuto intensamente il suo grande amore, ed ha ricordato come lo ha conosciuto, come è stata corteggiata, non tramite messaggio sul cellulare ma con una “banale” lettera ,scritta in un linguaggio poetico ed appassionato, d’amore appunto, quello vero. . .

I nostri nonni, bisnonni, hanno vissuto una vita semplice, lontana anni luce dai lussi di oggi. Hanno costruito il nostro mondo, ci hanno permesso di essere ciò che siamo.

Noi abbiamo il dovere di raccogliere le loro testimonianze, questa preziosa eredità per trasmetterla alle generazioni che verranno.

Crediamo che sapere che le bambole erano di stoffa, si costruivano ed avevano le braccia piene di paglia, possa avere un senso.

E crediamo che una foto possa servire, come quella mostrata dalla signora Cento ai bambini ,che ritraeva il porto di Taranto, una dei tanti luoghi in cui la signora visse per seguire il padre, ed una nave vicina al porto girevole che collegava il mare grande e quello piccolo, dove i marinai che passavano dinanzi il palazzo dell’ammiraglio facevano sempre il saluto anche in sua assenza, quella grande imbarcazione della fotografia in bianco e nero, dal cui oblò il papà la salutava prima di partire.

Ed ha un senso sentirle raccontare che amava giocare con i tamburelli ed i cerchi nei giardini della bellissima villa Peripato a Taranto, ripetere latino e greco al liceo La Farina a Messina piuttosto che essere destinata a ricamare e indossare il suo grembiule bianco col fiocco e la divisa il sabato fascista, quando era alunna negli scantinati della vecchia scuola Piaggia il cui primo nome era Rosa Maltoni Mussolini come la mamma insegnante di Benito “il duce”. E se una, due, tre foto possono servire, se un’intervista a una bisnonna, ricca di argomentazioni e dalla dialettica fluente, può gettare un piccolo seme di ricordo, se la signora ha fatto rivivere il giorno della prima comunione, il 29 giugno del 1938, quando ha inzuppato le “inciminate” nella granita limone, se ha parlato di pietanze “strane” per gli alunni ; il ventre di tonno per Natale o il ragù di polpette fatto con la sugna, e tutti hanno ascoltato con attenzione, c’è un senso.

E la memoria storica può far altro! Fornire speranza a tutti di poter arrivare come la bella Rosalia, a festeggiare prima le nozze d’oro, poi quelle di diamante e mirare ai 70 anni vissuti assieme al marito.

Ed ancora una volta dare certezza di avere fatto una buona scuola e non una scuola alla buona!